Il 18 aprile 1948 fu un giorno importantissimo per la storia della Repubblica Italiana: in quella data si svolsero le prime elezioni politiche, che decretarono il successo della Democrazia Cristiana e la sconfitta del Fronte Popolare composto da comunisti e socialisti. Esattamente a 65 anni di distanza, la prima puntata del “Romanzo Quirinale 2013” ripropone uno scenario spaventosamente simile: la DC è scomparsa in quanto simbolo, ma è ancora viva e vegeta nella sostanza. Altro che Seconda (o Terza) Repubblica. Le candidature alla Presidenza della Repubblica di Franco Marini prima, e di Romano Prodi poi, sono il segno evidente della continuità temporale dello spirito democristiano, che aleggia perennemente nelle stanze dei bottoni.

E’ in questi termini che va inteso l’accordo tra Bersani e il PdL sul nome di Marini. Frutto del calcolo e dell’opportunismo politico di una sinistra sempre meno sinistra, la candidatura di Marini ha rivoltato come un calzino la base del Partito, spingendo la gente a manifestare davanti a Montecitorio (non era mai accaduto durante un’elezione per il Quirinale) e a scandire a gran voce il nome di Rodotà. I toni sono estremamente accesi, su Bersani si levano accuse di tradimento, qualcuno sventola la bandiera del vecchio Partito Comunista Italiano. Alcuni iscritti bruciano le tessere del PD, che però sono di materiale ignifugo e faticano a incendiarsi. Almeno in questo caso, il Partito è stato lungimirante. L’umore generale della piazza può essere espresso in questi termini: “nulla in contrario a Marini in sé, diciamo no a ciò che Marini rappresenta, cioè l’inciucio Pd-Pdl”.
Ma la spaccatura è anche dentro il palazzo: Sel, renziani e giovani turchi respingono la prova di forza di Bersani e la candidatura di Marini decade. L’esplosione di gioia della piazza all’annuncio del verdetto è sintomatica. I grillini gongolano, si tuffano in mezzo ai manifestanti e tutti insieme inneggiano a Rodotà Presidente. Dal PD Corradino Mineo è l’unico a uscire allo scoperto, confrontandosi con la base. La delusione è fortissima: brucia molto vedere riproposti i vecchi metodi della vecchia politica, in barba ai proclami di cambiamento.

Oggi, alle 9:01, salta fuori il nome di Romano Prodi. Un nome atteso, che dovrebbe – il condizionale è d’obbligo – ricompattare lo schieramento democratico nella quarta e decisiva votazione. L’elezione di Romano Prodi salverebbe Bersani dal tentato suicidio politico di ieri. O, forse, è il frutto di una strategia ben pianificata, composta da due fasi. Prima fase: presentare l’impresentabile, cioè quel Marini sostenuto dal PdL, e scatenare le ire della base. Seconda fase: proporre il nome di Prodi, una scelta che, in condizioni normali, avrebbe suscitato qualche malumore. Ma adesso, in confronto allo spauracchio Marini, la candidatura del Professore diventa digeribilissima.
Democristiano vicino alle banche, in odor di massoneria, simbolo delle vittorie di Pirro del centrosinistra, veterano della vecchia politica, Prodi non è certo il segnale di cambiamento che molti si aspettavano.

Guarda la photogallery di Teresa Manuzzi sulla manifestazione di ieri a Montecitorio.