«In fondo cosa pensiamo della vita? Non ne sappiamo molto. Non ne sappiamo molto di più della vita. Ci siamo dentro e ne siamo affascinati, anche se riconosciamo che è piena di paure. Allora io mi illudo, si vive di auto illusione, mi illudo che la morte sia una cosa bellissima, di cui non possiamo avere idea, ma che ci immette in una vita migliore. In fondo, quando ero bambina o ragazza se mi avessero chiesto vuoi essere improvvisamente ottantenne avrei detto no per carità, ho paura. E adesso dico che non tornerei indietro di un giorno, che non vorrei mai essere quella ragazza, quella bambina e sono felice di avere ottanta anni». Queste parole sono intrise di tutto l’amore per la vita che nutriva Maria Lai, scomparsa il 16 aprile a Cardedu, piccolo centro della regione sarda dell’Ogliastra.
Una vita dedicata all’arte e alla sua terra. Una vita ricca di intrecci così come lo è la sua arte.

L’INFANZIA. Una bambina che non godeva di buona salute e che da Ulassai, suo paese di origine, venne trasferita a casa degli zii a Cardedu. Nell’isolamento totale, non potendo frequentare le scuole elementari, Maria Lai scoprì la passione per il disegno che la condusse a Cagliari, in cui divenne allieva di Salvatore Cambosu, e la portò a trasferirsi a Roma anni dopo. Nella capitale incontrò il pittore e scultore Marino Mazzacurati e frequentò il Liceo Artistico. L’Italia stava vivendo la seconda guerra mondiale e la giovane ragazza non poteva tornare nella sua isola. Partì alla volta di Verona per poi spostarsi a Venezia dove, sotto la guida di Arturo Martini, frequentò il Corso di Scultura dell’Accademia di Belle Arti.

Solo nel 1945 riuscì a tornare a casa e riprese i contatti con il suo primo maestro Salvatore Cambosu. Alla ricerca della sua isola, delle sue radici per poi distaccarsene ancora una volta. Qualche anno dopo infatti tenne a Roma la sua prima mostra personale dove espose i suoi disegni a matita. Furono anni complessi in cui Maria Lai attraversò una profonda crisi poetica che la portò fuori dal mondo dell’arte: un silenzio che se da un lato la tenne lontana dal mondo delle gallerie e delle mostre, dall’altro la avvicinò al mondo della poesia e della scrittura.Poesia e scrittura sono infatti due costanti dell’arte di Maria Lai. Intreccio di storie e leggende della Sardegna si sposano con i suoi disegni, telai, libri cuciti, ceramiche e terracotte. Intrecci di fili e intrecci di storie. Un’arte legata alla vita quotidiana e agli oggetti di uso domestico, soprattutto femminili. Il bisogno di raccontare e di ascoltare, perché per lei il lavoro era prima di tutto ascolto, parallelo al gesto paziente della tessitura. Telai, pane, libri, paesaggi da ascoltare perché capaci di suggerire la direzione del lavoro.

Legarsi alla Montagna è un’operazione sul territorio, un’installazione ispirata a un’antica leggenda locale che viene raccontata ai bambini nati a Ulassai di generazione in generazione. Maria Lai la paragona alla fiaba di Cappuccetto Rosso dove il pericolo non è il lupo ma sulle montagne di Ulassai c’è il temporale che causa le frane. Il racconto narra di una bambina che si reca sulla montagna a portare del pane ai pastori, e si rifugia all’interno di una grotta dove sostavano già i pastori al riparo in vista del temporale imminente. Una volta arrivato il temporale il vento fortissimo trascina pietre e sassi con sé e, nel seguire i movimenti causati dal temporale, i pastori e la bimba vedono volare un nastro celeste. La bambina, ignara del pericolo, insegue il nastro mentre i pastori rimangono nella grotta. La grotta frana e così gregge e pastori muoiono. Da questa leggenda Maria Lai ha creato un’opera d’arte legando con un nastro celeste lungo più di trenta chilometri tutti i tetti delle case di Ulassai e le montagne circostanti.Così la descriveva Maria Lai:
«Questa storia è stata usata come una metafora. Il nastro è l’arte, bella ma frivola, non dà sicurezze ma può indicare direzioni di salvezza. Il paese minacciato da frana è metafora del mondo. Allora che tutto il paese si organizzi per legare tutte le case una all’altra con un nastro celeste come a volersi prendere per mano per la paura e poi portare il nastro sulla montagna per chiederle pace».

Gli ultimi anni della sua vita li ha vissuti in Sardegna dove nel luglio 2006 ha inaugurato il museo “La Stazione dell’Arte” al quale ha donato oltre un centinaio di opere d’arte. Tra le opere a cielo aperto di Maria Lai è fondamentale Gioco del volo dell’oca installata sulla parete di un edificio risalente al periodo fascista. L’opera rappresenta un singolare gioco dell’oca nel quale dietro la metodica del gioco si cela uno straordinario esperimento didattico di conoscenza dell’arte contemporanea.

Una capretta ansiosa di precipizi. Così amava definirsi la più grande artista sarda del dopoguerra.