Il principio è la meta, parafrasando in parte lo scrittore Karl Kraus: il Parlamento, dopo un giro di sei votazioni, torna dov’era prima, nominando nuovamente Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. La scelta è dovuta al senso di responsabilità che molti dei grandi elettori (e delle forze politiche da essi rappresentate) hanno visto incarnato nell’attuale inquilino del Quirinale. E questo è l’epilogo della corsa per il Colle, con Napolitano che viene eletto con 195 voti in più rispetto al 2006. Una corsa che ha lasciato cinque vittime sulla strada: Bersani, il Partito Democratico e tre suoi nomi storici come Prodi, Marini e Bindi.Mentre fuori da Montecitorio la folla urlava il nome di Stefano Rodotà (sostenuto da Sel e Movimento 5 Stelle), dentro Napolitano raggiungeva un bis storico: quello di primo uomo politico ad essere nominato Presidente della Repubblica per due volte. Le prospettive ora sono quelle di un governo guidato da Amato o da Letta: sarà inciucio o governo di scopo? Queste le stelle sotto cui dovrà nascere il prossimo esecutivo, mentre altre stelle, quelle grilline, parlano di colpo di stato. Esulta, invece, il Pdl, che non voleva Prodi e che ha trovato la convergenza col Pd proprio su Napolitano.

Nei due giorni precedenti lo stallo aveva assunto per il Pd caratteri drammatici. Prima la bocciatura di Marini del 18 aprile, poi quella ancor più sonora di Prodi. L’ex premier era stato scelto dal Pd con un’acclamazione generale al teatro Capranica, nella mattinata di ieri. Quindi l’ultima votazione con la maggioranza richiesta di 2/3, chiusasi con un nulla di fatto: 465 schede bianche e 250 voti per Rodotà. E nel pomeriggio, il momento che gli storici etichetteranno come l’origine del disfacimento dell’unione tra le anime del Pd. O, comunque, come la seconda stazione del calvario cominciato il giorno prima.

PD: PSICODRAMMA DEMOCRATICO Nella quarta votazione, la prima con maggioranza a 504 voti, il Pdl resta fuori dall’aula. Dentro, invece, i franchi tiratori sono arzilli e vivaci, ma soprattutto sono tanti: 101, come i dalmata del film Disney; anch’essi, come i giaguari, maculati. Prodi riceve 395 voti, non arriva alla nomina e subito comunica un passo indietro. Lo psicodramma politico del giorno prima viene, se possibile, esacerbato, anche perché ci si continua a chiedere come si sia potuto sostenere Prodi al Capranica e non votarlo in aula.
Il disfacimento è duplice. Nei fatti, con la Bindi che si dimette da presidente del partito la sera stessa, seguita da Bersani, che annuncia che lascerà non appena verrà nominato il Presidente della Repubblica. Ma soprattutto nell’identità politica interna del Pd: le vecchie, storiche contrapposizioni tra ex-democristiani e post-comunisti sembrano arrivate al punto di non-ritorno. Il partito nato dall’unione di ex-Ds ed ex-Margherita rimane schiacciato tra le lotte intestine delle correnti, che nella votazione su Prodi hanno trovato il ring ideale per il secondo round della resa dei conti. Si parla già di scissione, con l’incognita del congresso dietro l’angolo, e che tolti Bersani e Bindi potrebbe vedere come traghettatore il vicesegretario Letta.

DOVE SON FINITE LE PRIMARIE? Ma è anche la sconfitta di entrambi i candidati delle scorse primarie: se il no su Marini pesa su Bersani, la mancata elezione di Prodi è una bocciatura anche per Renzi, che fino a quel momento era visto come il candidato “nuovo” e naturale successore di Bersani alla guida del Pd. Pd che sembra essere, semplicemente, lo specchio di un paese: senza guida, ingovernabile e profondamente spaccato.

LA SVOLTA SU NAPOLITANO La mattina del giorno seguente, la quinta votazione, con il Pdl che resta fuori dall’emiciclo come nella precedente e le schede bianche che arrivano a 445. Rodotà tocca quota 210. Da qui, la scelta di ripiegare su Napolitano: un candidato gradito a Berlusconi e Monti, gli altri due attori politici che, come Bersani, tra la quinta e la sesta votazione sono andati al Colle per chiedere all’attuale inquilino del Quirinale di ripensarci. Napolitano riflette e, vista la situazione, afferma: «Non posso sottrarmi». Il resto sono i 738 voti (di gran lunga superiori ai 504 richiesti) che gli permettono di restare al Colle, le dimissioni di Bersani e le macerie del Partito Democratico. Un partito su cui resta sospesa come spada di Damocle una domanda semplice ed imprescindibile, sintetizzabile col titolo di un’opera di Lenin: che fare?