«Fumata bianca. Habemus Pactum. Siamo felici»: è con un Twitt che Vlora Citaku, ministro kosovaro per l’integrazione europea, annuncia la firma dell’accordo fra Pristina e Belgrado, a cinque anni dalla dichiarazione unilaterale di secessione da parte degli occupanti del Kosovo. La normalizzazione dei rapporti, raggiunta con la firma, era la precondizione imposta da Bruxelles, prima di stabilire una data di avvio per i negoziati di adesione di Belgrado all’Ue. Malgrado i recenti timori per un possibile rottura del dialogo, l’intesa che potrebbe aprire la strada all’adesione della Serbia alla comunità dei ventisette è arrivata, dopo mesi di complesse relazioni diplomatiche e ben dieci round di negoziazioni.

L’accordo. Circa quindici giorni fa, Ivica Dačić, primo ministro di Belgrado, annunciava formalmente: «Il governo della Serbia non può accettare i principi presentati verbalmente al suo team negoziale a Bruxelles, dal momento che non garantiscono una piena sicurezza e protezione dei diritti umani per i serbi che vivono in Kosovo». Il problema principale era rappresentato dalla parte Nord del Kosovo, a maggioranza serba ed è proprio su questo punto che i negoziati si sono bloccati. Ma Dačić è riuscito, infine, a strappare modifiche al testo riguardo l’Associazione dei Comuni Serbi che si formerà in quell’area e sulle condizioni per l’adesione del Kosovo alle organizzazioni internazionali. Tre i punti più importanti del testo: il comando unificato di polizia in mano a un kosovaro serbo, la garanzia della NATO sul tenere l’esercito kosovaro fuori dall’Associazione e l’esclusione di qualunque riferimento all’adesione all’ONU del Kosovo. «Di più era impossibile», ha commentato Dačić, ribadendo che l’accordo «non sancisce nessun riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo».

La situazione. Il Kosovo è attualmente sotto l’amministrazione Onu, dopo essersi dichiarato indipendente nel 2008 con il riconoscimento di 99 dei 193 Paesi che fanno parte dell’Onu e di 22 dei 27 Paesi membri dell’Unione europea. Formalmente è ancora parte integrante della Repubblica della Serbia e del Montenegro, ma molti Paesi non hanno riconosciuto l’atto unilaterale, fra cui Spagna, Cina e India. La popolazione che attualmente risiede in Kosovo è approssimativamente 2.200.000 abitanti di cui 88% albanesi, 7% serbi e 5% di altre minoranze come romanì, turchi e bosniaci.

Il Kosovo prima del Kosovo. Tracciare un quadro chiaro della storia dell’area non è facile: da sempre è strattonata fra i legami con l’Albania e le pretese dei serbi, che intorno ai primi del ‘900 sono il 25% della popolazione. Nel 1912, al momento del declino dell’Impero ottomano, il Kosovo, a forte maggioranza di popolazione albanese, è assoggettato dai Serbi, con il declino dell’Impero Ottomano. Nel 1918 si crea lo Stato jugoslavo, detto Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni, compreso il Montenegro: l’area balcanica è destinata comunque ad essere una delle zone più calde del ‘900.

Alla fine della seconda guerra mondiale, Tito ripristina il controllo serbo riconoscendo comunque spazi di autonomia agli albanesi con la Costituzione del 1974, che sarà revocata poi da Milosevic nel 1989. Negli anni ’80, infatti, i rapporti tra maggioranza albanofona, pari ormai al 90% della popolazione e minoranza serba si deteriorano ulteriormente e nel 1989-90 l’autonomia venne di fatto annullata. Nel settembre del 1990 viene autoproclamata la Repubblica del Kosovo, a seguito di un referendum non autorizzato sull’indipendenza della provincia.

Dal 1997 gli albanesi allora si organizzarono in uno stato parallelo con scuole e parlamento propri, mentre le violenze tra la formazione militare kosovara dell’UCK e l’esercito serbo si scatenano, provocando la fuga di molti kosovari albanesi spaventati dalla repressione serba. Nel marzo 1999, dopo un tentativo fallito a Parigi di indurre le parti in lotta a un accordo, la NATO, senza l’avallo ONU, decise di attaccare con massicci bombardamenti la Serbia, rispose intensificando la propria pulizia etnica costringendo a fuggire centinaia di migliaia di albanesi. Dal 1999 a seguito della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu n. 1244 il Kosovo è stato messo sotto protezione dell’ONU e della NATO, con la creazione di un governo e di un parlamento serbo. Malgrado il ripristino dell’autonomia del Kosovo, le istanze politiche dell’area in questi anni sono aumentate, anche grazie alla vittoria alle amministrative del 2006 dell’ex capo guerrigliero dell’Uck, Hashim Thaci, con il suo Partito democratico (Pdk), che ha avviato un governo albanofono di grande coalizione per gestire il processo verso l’indipendenza del Kosovo. Così il 17 febbraio 2008 il Parlamento di Pristina, riunito in seduta straordinaria, ha approvato la dichiarazione d’indipendenza del Kosovo letta dal premier Hashim Thaçi ribattezzando anche i suoi simboli nazionali: la bandiera e lo stemma.

Le reazioni all’accordo e le relazioni con il nord. I socialisti di Dačić e i progressisti di Vučić, hanno approvato quasi all’unanimità l’accordo, che ora deve passare il vaglio del Governo. Le opposizioni serbe si dividono: da chi plaude alla firma, come i liberal-democratici dell’LPD alla netta contrarietà del DSS dell’ex-presidente Kostunica che, invece, ha indetto una manifestazione per lunedì pomeriggio nel centro della capitale. In mezzo ci sono i democratici, che hanno dato l’assenso, almeno formale al testo a patto che, ha spiegato il leader democratico , il governo ammetta che questo è, di fatto, un riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo. Inoltre, criticano alcuni punti dell’accordo, come la parte sulle proprietà statali e private in Kosovo o quella sui rifugiati e sui luoghi religiosi.

Dopo dieci anni in cui Belgrado si è rifiutata categoricamente di parlare di indipendenza, il governo dovrebbe ora spiegare perché i serbi del Nord del Kosovo non sono stati interpellati sulla firma dell’accordo. Il vice premier Aleksandar Vučić ha parlato di possibile un referendum di ratifica fra la popolazione, ma a molti osservatori internazionali è sembrato più un modo per tenere bassa la tensione, che una reale possibilità.

L’ultradestra serba, al momento, non sembra essere intenzionata a portare avanti grandi manifestazioni: dopo il bombardamento di insulti e critiche a Dačić e Vučić, via SMS, a Belgrado sono presidi, al momento, esigui. La capacità di portare in piazza i propri attivisti sembra ormai spenta, così come era già successo dopo l’indipendenza del Kosovo nel 2008. Ben altre, invece, sono le reazioni dei kosovari serbi del nord, 120 mila persone su un totale di 2 milioni di abitanti. Oltre 10 mila persone hanno già manifestato oggi a Kosovska Mitrovica contro l’accordo giudicato “illegittimo” perché non salvaguarderebbe gli interessi della minoranza serba.

I manifestanti hanno anche annunciato un referendum su questo tema e hanno approvato la creazione di un “Parlamento autonomo della provincia del Kosovo”. «E’ orribile -si sfoga una donna che ha partecipato alla protesta– qui sembra che i nostri figli e le nostre famiglie valgano meno degli altri. E’ inaccettabile ci venderanno in cambio di nulla». Perché è proprio così che vivranno l’accordo i serbi del Kosovo: uno scambio, fra i loro diritti di appartenenza alla madre patria e la possibilità per la Serbia di far parte del “salotto buono” dell’Ue.