Un incontro storico. «Contate pure su di me. Sono a vostra disposizione». Lo storico incontro tra le nonne di plaza de Mayo e papa Francesco è avvenuto nella cornice di piazza San Pietro, in occasione della tradizionale udienza pubblica del mercoledì. Una richiesta di aiuto, quella indirizzata al Pontefice, espressa direttamente da Estela Carlotto, presidente dell’associazione argentina che da anni denuncia la violazione dei diritti umani durante la dittatura militare.

La donna, che portava appuntata sulla giacca l’immagine di una ragazza scomparsa, ha consegnato al vescovo di Roma un fazzoletto bianco, simbolo della loro lotta, una lettera e alcuni documenti relativi ai desaparecidos. Il dialogo tra alcuni dirigenti dell’associazione e il massimo vertice del Vaticano fa ben sperare e pone le basi per un cambio di rotta nella stessa chiesa argentina, che è ora chiamata a far luce su uno dei periodi più oscuri della storia del paese latinoamericano. L’incontro con le nonne di plaza de Mayo segue di poco l’impegno del Papa in favore della beatificazione di Oscar Romero, l’arcivescovo di San Salvador trucidato il 24 marzo 1980, che pagò con la vita le sue accuse ai militari e agli squadroni della morte, responsabili delle uccisioni degli oppositori politici e del clima insanguinato di quegli anni.

Le nonne di plaza de Mayo. L’associazione che porta questo nome è un’organizzazione che lotta da anni per restituire alle famiglie legittime tutti i bambini sequestrati e fatti scomparire (da qui il nome desaparecidos) durante il regime militare argentino (1976 – 1983). L’organismo, nel 2008 candidato al premio Nobel per la Pace, è presieduto da Estela Carlotto, madre di una ragazza uccisa dal regime nel 1978, due mesi dopo aver dato alla luce un neonato di cui si sono perse le tracce. La sua è una storia tristemente comune a quella di tanti altri argentini, famiglie menomate, che nel pieno della notte vedevano i loro cari prelevati all’improvviso dal regime perché sospettati di essere attivisti e oppositori politici e poi torturati e uccisi. Una procedura che giuridicamente è stata assimilata a un vero e proprio genocidio e che vedeva un trattamento specifico per le detenute in stato interessante: parti clandestini, falsificazione di identità e simulazione di adozioni. Tragedia nella tragedia molti di quei bambini, almeno 500, vennero affidati a famiglie corresponsabili della morte dei loro genitori naturali. Bambini scomparsi, che le loro nonne cercano ormai da trent’anni. Le prime proteste iniziano nel 1977 quando, di fronte al silenzio della comunità internazionale e della stessa chiesa argentina nonché romana (il cui papa, Paolo VI, restò silente a diversi appelli a lui indirizzati), un gruppo di madri, padri e familiari dei desaparecidos inizia a marciare ogni giovedì intorno alla Piramide de Mayo, nella omonima piazza che ospita il palazzo del Governatore. Uno dei loro emblemi è il fazzoletto bianco, che le donne portano in testa. Da lì in poi il gruppo delle madri e delle nonne di plaza de Maya riceve l’attenzione della comunità internazionale che inizia a premere per far luce sul destino delle persone scomparse in Argentina. Le loro tecniche investigative, la collaborazione di alcuni enti governativi e la loro tenacia si rivelano vincenti in alcuni casi e fino al 2008 almeno 93 bambini, divenuti ormai adulti, riescono ad appropriarsi della loro vera identità e della loro vera storia.

Un Papa da un passato oscuro? Jorge Mario Bergoglio, il Papa venuto da lontano, è realmente progressista? Rappresenta davvero una ventata di novità nell’ingessata curia romana? In Argentina, la patria che gli ha dato i natali, l’ex – arcivescovo di Buenos Aires ha sempre rappresentato l’ala conservatrice della Chiesa. Non è mai stato un fautore della teologia della liberazione ed è nota la sua opposizione al governo di Cristina Kirchner, soprattutto con riferimento all’approvazione dei matrimoni tra omosessuali. Le ombre sul suo passato riguardano, in modo particolare, il periodo della dittatura militare. Dubbi sulla sua condotta, e su quella della Chiesa in generale durante quel tragico periodo, sono stati avanzati dal giornalista argentino Horacio Verbitsky che, nel suo libro “Il Volo“, racconta per la prima volta il piano sistematico di eliminazione degli oppositori politici, attraverso i cosiddetti “voli della morte”. C’è da precisare che non ci sono testimonianze esplicite contro Bergoglio, ma secondo il giornalista il suo sarebbe stato un atteggiamento troppo neutrale e troppo morbido nei confronti del regime. E fa riferimento a un episodio preciso: l’allontanamento, per decisione del futuro Papa, di due sacerdoti che lavoravano nelle baraccopoli. Al loro netto rifiuto Bergoglio li espulse dalla Compagnia di Gesù, privandoli così di una protezione e attribuendogli un ruolo di disobbedienti che, è il ragionamento di Verbitsky, li avrebbe potuti far finire nelle liste nere dei militari. E così avvenne. I due furono rapiti e imprigionati nella temuta Escuela mecanica del armada (Esma), il centro clandestino da cui partivano i voli della morte. I due si salvarono, pare, per le intercessioni della Chiesa romana. L’interrogativo, tuttavia, resta e la sua elezione a Pontefice non ha fatto altro che riaccendere i riflettori su questa triste vicenda. Al di là della ricostruzione storica, tuttavia, c’è anche da sottolineare che non sempre un’opposizione esplicita e una vocazione al martirio si rivelano strumenti efficaci nel proteggere le vittime di una dittatura. Il rischio è che ci si esponga troppo e che si possa agire in modo limitato. Altra cosa, invece, è aiutare il popolo magari dietro una facciata di apparente connivenza col regime, che garantisca una certa libertà di manovra. Sarà la Storia a dire se Bergoglio è stato un collaborazionista o se il suo periodo in Argentina è da considerarsi scevro da ogni coinvolgimento nella dittatura militare. A onor di cronaca bisogna registrare due testimonianze importanti sulla questione, che lo scagionano con convinzione: quella del premio Nobel per la Pace Adolfo Pérez Esquivel a sua volta vittima della dittatura che ammette che, sì, ci furono connivenze tra Chiesa e regime, ma queste non riguardano Bergoglio e il presidente della Corte suprema di Giustizia argentina, Ricardo Lorenzetti,  secondo cui papa Francesco è «una persona assolutamente innocente e non è stato sospettato di alcuna complicità con le violazioni dei diritti umani commesse durante la dittatura militare».