Spread in calo. Sono 17 i punti di differenza tra i titoli di Stato decennali italiani e quelli tedeschi recuperati nella settimana appena conclusa (22-26 aprile 2013). Se infatti il venerdì precedente – quello “nero” per la politica italiana, con la bocciatura della candidatura di Prodi e il proseguimento dello stallo quirinalizio – si era chiuso sotto quota 300 punti, la sorpresa è arrivata il lunedì seguente: quando Giorgio Napolitano è diventato il nuovo vecchio Presidente della Repubblica, lo spread è sceso a 280.
QUANTO PESA LA POLITICA? Tra sali e scendi, lo spread ha chiuso ieri pomeriggio sui 285 punti base, meglio della scorsa settimana, ma più su rispetto a lunedì e al picco più basso sui sette giorni, ovvero la quota di 264 toccata pochi minuti dopo l’apertura del 24 aprile. Questa performance non deve tuttavia portare a considerazioni affrettate. C’è infatti un dato ormai riconosciuto da tenere in conto: l’instabilità politica spiega solo una minima parte delle oscillazioni del differenziale. Infatti i mercati finanziari hanno scommesso sul buon esito di un governo di larghe intese a maggioranza Pd-Pdl, un esecutivo comunque incapace di una reale leadership europea. Ciò vuol dire che il pericolo Grillo, unica voce anti-europeista nell’agone politico italiano è stato scongiurato. La speculazione punta al mantenimento dello status quo: ovvero l’instabilità politica non per forza è un fattore scatenante gli attacchi ai titoli di Stato. Paradossalmente l’instabilità politica italiana ha allentato il nervosismo sul mercato finanziario poiché ha ridimensionato l’effetto 5 stelle e annichilito qualsiasi prospettiva di cambiamento circa la politica economica europea.

L’Italia è in un momento favorevole per quel che riguarda il mercato primario, cioè quello delle nuove emissioni: basti guardare alla formidabile asta di venerdì sui Bot a sei mesi, chiusa con una domanda totale di 11 miliardi, col collocamento di tutti gli 8 miliardi messi in asta e con un rendimento dello 0,503% (il più basso dalla nascita dell’euro e degli ultimi 33 anni).

LE POSSIBILI CAUSE Due elementi macroeconomici possono in parte aver influenzato le oscillazioni del differenziale. Anzitutto la scommessa che analisti ed operatori finanziari fanno sul taglio dei tassi di interesse della Bce (fermo ormai da tempo allo 0,75%). Quest’ultimo fattore va poi allargato fino all’Oriente: sono in molti a sostenere il positivo contagio della politica monetaria della Bank of Japan. Il paese del Sol Levante con la stampa massiccia di banconote sta tentando di far svalutare lo yen: l’obiettivo finale è quello di combattere la deflazione che da anni regna nel paese e far ripartire le esportazioni. In questo modo le quantità di denaro del Giappone vengono utilizzate per l’acquisto di assets redditizi, come quelli dei titoli di Stato italiani, spagnoli e greci stimolando la domanda e favorendo l’abbassamento dei tassi.

Gli occhi sono puntati sul nuovo governo italiano e su quel che accadrà lunedì, quando il Tesoro metterà in asta fra i due e i tre miliardi di titoli decennali e altrettanti miliardi in Btp con scadenza a cinque anni.