La “Marcinelle” del 2013 si chiama “Dacca”. Purtroppo è la capitale del Bangladesh ad ospitare i calcinacci, i morti e i feriti di una concezione inumana di intendere il lavoro.

Il 24 aprile nella periferia di Dacca, capitale bengalese, è crollata gran parte parte di un palazzo di otto piani e oggi, dopo 6 giorni e 6 notti, i soccorritori hanno deciso di interrompere le ricerche. Al momento ci sono circa 381 morti, più di 1200 feriti e si contano 761 dispersi.

La tragedia bengalese, avvenuta a pochi giorni dal primo maggio, ci riguarda più che mai. Il palazzo che ha ceduto ospitava laboratori tessili all’interno dei quali lavoravano circa 3000 persone. Si tratta di laboratori che svolgevano commesse per conto di multinazionali occidentali. I grossi marchi preferiscono produrre i propri capi di vestiario in Bangladesh, dove i lavoratori hanno meno diritti e la manodopera costa meno.

Le proteste

Dopo l’incidente avvenuto nella periferia della capitale molti lavoratori hanno deciso di scendere in piazza per chiedere al governo maggiore controlli e maggiore sicurezza per tutti gli edifici che ospitano i laboratori tessili.

Le responsabilità di Mohammed Rana

La notizia dell’arresto del proprietario dell’immobile e dei manager della società è servita a placare un po’ gli animi dei manifestanti, ma non basta certo a risolvere la situazione. Solo ieri infatti la polizia ha arrestato Mohammed Sohel Rana, il proprietario della struttura. Rana ha cercato di fuggire alla polizia spostandosi continuamente, sperava di scappare in India, ma è stato bloccato nei pressi del confine.

Proprio a Rana vengono addebitate molte delle responsabilità di un incidente che si sarebbe potuto evitare. Pare che le autorità locali, avendo notato delle crepe sull’edificio, avessero chiesto ai proprietari dei laboratori di sospendere le attività. E sembrerebbe che proprio Rana avesse invece insistito per ignorare l’avvertimento e proseguire comunque con la produzione.

La Benetton

Le foto scattate sul luogo della tragedia mostrano, tra i calcinacci, i capi di vestiario recanti le etichette di noti marchi internazionali, tra queste c’è anche “United Colors of Benetton”. Il brand italiano ha però smentito qualsiasi rapporto con i produttori bengalesi vittime dell’incidente.