Una strage pianificata, frutto di una guerra indiscriminata che, sul piano dei diritti umani, porta indietro le lancette della storia di quasi settant’anni. Sul banco d’accusa ci sono gli Stati Uniti e i loro droni che, da due anni ormai, vengono lanciati senza tregua e senza distinzioni di sorta sui territori di Yemen, Somalia, Pakistan e Afghanistan. Ed è proprio dallo Yemen che arriva l’accusa più recente e più atroce: quella di star compiendo una strage programmata contro la popolazione civile.

Attacchi e vittime. Sarebbero almeno 225, in tutto il 2012, le vittime innocenti di questo metodo spietato, secondo quanto riporta l’associazione inglese per i diritti umani Reprieve: ma altre organizzazioni raddoppiano, o addirittura triplicano, questo dato, arrivando a parlare di 750 morti dall’inizio del 2012. Dal 2004 ad oggi, secondo i dati del Bureau of Investigative Journalism, solo nel territorio pakistano sarebbero morti, a causa dei droni, 3.180 civili, di cui 1.007 vittime sicuramente innocenti e 175 bambini.

Da due anni a questa parte, gli Stati Uniti hanno varato il nuovo piano antiterrorismo, che prevede un più stretto controllo delle zone periferiche dello Yemen, ma anche nella capitale Sana’a. Doversi difendere da queste macchine di morte prive di piloti è ormai diventato l’attività quotidiana degli yemeniti. Secondo l’associazione locale HOOD, Organization for Defending Human Rights and Freedoom, durante l’anno 2012 si sono registrati almeno 81 attacchi aerei, ma le autorità statunitensi ne hanno “rivendicati” solo la metà.

Cosa sono i droni. Business plurimiliardario per i contractor del Pentagono, i droni sono criticati e additati da gran parte delle organizzazioni internazionali, oltre che naturalmente da quelle che difendono i diritti umani. L’APR, aeromobile a pilotaggio remoto, meglio conosciuto come drone, è un veicolo guidato da un operatore tramite un terminale posto a migliaia di chilometri di distanza: alcuni sono programmati per spiare e coordinare gli attacchi aerei e missilistici, mentre altri per inseguire il bersaglio e ucciderlo autonomamente.

Dal 2004 sono usati in maniera massiccia: secondo gli USA, sono omicidi selettivi di presunti guerriglieri e terroristi, ma in realtà diventano stragi “per errore” di civili, donne e bambini. Definiti da molti “una sentenza senza processo”, i veicoli portano telecamere che possono filmare ogni attacco, ma naturalmente governo americano e Cia si oppongono con forza a qualsiasi valutazione trasparente delle strategie e degli strumenti necessari.

Tra i maggiori strateghi dell’uso dei droni negli USA c’è il neodirettore della Cia John Brennan, sostenuto da Obama ma poco amato dagli elettori democratici. Negli ultimi due anni, grazie all’appoggio del governo yemenita, gli USA hanno potuto aprire anche qui un altro fronte della guerra al terrore, quello contro Al Qaeda, con uno stanziamento di settanta milioni di dollari, cifra che raddoppia il budget precedente.

Le conseguenze. Reprieve ha lanciato l’allarme sabato scorso in una conferenza stampa tenuta a Sana’a: «La Casa Bianca può uccidere qualsiasi individuo senza neppure saperne il nome». Le famiglie delle vittime hanno urlato il loro dolore: non vogliono risarcimenti o scuse ufficiali, ma solo che i colpevoli paghino e che tutto questo finisca. «Invece che combattere il terrorismo, gli attacchi americani nel nostro Paese lo stanno rafforzano», ha detto l’attivista yemenita Farea al-Muslimi.

E gli effetti si avvertono, non solo a causa del dolore per le vittime innocenti, ma anche a causa dello stato di terrore psicologico che questa strategia crea. Circa un mese fa, infatti, Reprieve ha presentato un report sull’emergenza psicologica che gli attacchi quotidiani dei droni provocano sulla popolazione civile: il dottor Peter Schaapveld, esperto nella valutazione dei traumi, ha visitato comunità vicine e lontane dalla capitale e riportato dei dati allarmanti.

Sul totale degli intervistati, il 99% riferisce che, da quando la guerra indiscriminata al terrore è iniziata, ha subito qualche disturbo traumatico dovuto alla paura degli attacchi o alla perdita di qualche affetto. Inoltre, ha spiegato Schaapveld, «i residenti vengono continuamente ri-traumatizzati e il recupero è quasi impossibile».

«Quello che ho visto in Yemen è profondamente inquietante. Intere comunità, compresi i bambini, cioè la prossima generazione di yemeniti, sono traumatizzati e ri-traumatizzati da droni. Non solo questo avendo effetti immediati veramente terribili, ma il danno psicologico causato sopravviverà e creerà, in futuro, più danni che benefici». Insomma, i droni non sono solo uno strumento di morte indiscriminata e senza appello, avulso a qualsiasi concezione sui diritti umani, ma sono anche una punizione collettiva, una sorta di tortura psicologica costante che porterà ad un conflitto ancora maggiore nei prossimi anni.

Le Nazioni Unite hanno più volte lanciato l’allarme sui problemi a breve, medio e lungo termine, creati dai droni: allo stesso tempo nessuno ha messo gli States nella condizione di dover dire la verità su questo strumento di morte. E, infatti, ancor più grave della posizione americana, che da anni difende fieramente queste strategie spacciandole per azioni precise ed efficienti, è quella della comunità internazionale, sempre pronta ad avallare le guerre, ma poi non altrettanto solerte nel sorvegliare strategie e danni creati con le azioni militari sostenute.