Rissa in Parlamento. A poco più di due settimane dalle elezioni presidenziali che hanno decretato la vittoria di Maduro sullo sfidante Capriles, il Venezuela continua a far parlare di sé per il clima di incertezza e instabilità politica che il risibile scarto percentuale tra i due contendenti ha contribuito sicuramente a far esplodere. Oggi stesso il leader dell’opposizione Capriles chiederà ufficialmente il riconteggio dei voti; intanto l’ultimo atto frutto della tensione che sta vivendo il paese è andato in scena martedì scorso in Parlamento, un luogo simbolo della vita istituzionale che, secondo quanto riportato dal quotidiano spagnolo El Pais, «ha smesso di essere uno spazio di dibattito per trasformarsi in un ring».

La sessione dei lavori parlamentari, che da gennaio non ha visto l’approvazione di una sola legge, ha registrato una escalation di violenza, fino ad arrivare a un vero e proprio scontro fisico tra deputati chavisti e rappresentanti dell’opposizione. Questi ultimi hanno intrapreso un’azione di protesta, sollevando a gran voce i dubbi sulla legittimità del successore di Hugo Chavez. Il presidente dell’assemblea e numero due del chavismo, Diosdado Cabello, ha quindi tolto loro il diritto di parola, disponendo il ritiro dei microfoni, almeno «finché non riconosceranno l’autorità e le istituzioni della Repubblica»: azione che avrebbe innescato l’esposizione di uno striscione con su scritto “golpe al Parlamento“. Da lì in poi la rissa tra i deputati. Il canale ufficiale non ha trasmesso immagini di quanto accaduto perché la sessione in corso era a porte chiuse, ma subito dopo alcuni filmati amatoriali (http://www.tmnews.it/web/sezioni/video/rissa-al-parlamento-venezuelano-le-immagini-amatoriali-20130501_video_10062840.shtml) sono stati diffusi da alcune tv private e raccontano di urla, botte e spintoni. «Potranno picchiarci, imprigionarci, ucciderci, ma non svenderemo mai i nostri principi», ha detto il deputato dell’opposizione Julio Borges mostrando in viso i segni delle botte. María Corina Machado, della Mesa de la Unidad Democrática, ricorda: «Cabello rideva mentre ci aggredivano e io ero a terra». Dal canto suo Odalis Monzon, parlamentare del partito al governo, replica che anche lei e altre sue colleghe sono state aggredite: «Oggi, di nuovo – ha detto fiera – mi trovo a dover difendere l’eredità del nostro comandante (Chávez)». Intanto il presidente Maduro ha condannato duramente quanto accaduto e liquidato con un «tolga il naso dagli affari che non gli competono» il ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel García-Margallo, che si era offerto per una mediazione.

Un futuro incerto. E’ ancora presto per sciogliere le riserve in merito al futuro che attende il Venezuela, orfano di Chavez e alle prese con un nuovo presidente, Maduro, che non ha potuto contare su un trionfo elettorale, ma su un misero scarto di 265 mila voti con lo sfidante Capriles. Di sicuro c’è solo l’incertezza che, nel corso dei mesi, è calata sul sistema politico ed economico del paese sudamericano, rendendo difficile qualsiasi pronostico. Al di là della pallida affermazione politica di Maduro, sarà fondamentale per il neo – presidente la complessa trama di rapporti che riuscirà a intrecciare con le forze armate e con il presidente del parlamento Diosdado Cabello, l’influente ex – tenente dell’esercito venezuelano, già promotore di un’analisi critica all’interno del partito di governo (PSUV) all’indomani della risicata vittoria elettorale. Per Maduro sarà cruciale conquistare il consenso di quel 60% dei militari che non si considera legato allo scomparso leader bolivariano, mantenendo la fedeltà del restante 40%. Sono proprio le strutture militari, inoltre, a gestire i sistemi assistenziali e di aiuto alla popolazione, le misiones sociali fortemente volute da Chavez che, tuttavia, non hanno fatto registrare un’imponente diminuzione della povertà, almeno non più di quanto altri paesi latinoamericani siano riusciti a fare. Altro nodo cruciale è l’economia. Non è un mistero che «il sistema che ha funzionato negli ultimi 14 anni, dalla prima vittoria di Chavez , stia per crollare», per usare le parole di Luisa Romero, ex ambasciatrice del Venezuela presso l’Unione europea. L’inflazione ha toccato punte del 40%, i beni di prima necessità scarseggiano, la povertà e le diseguaglianze sociali colpiscono ampi settori della popolazione. La prossima svalutazione del bolivar nei confronti del dollaro dà l’idea della complessa situazione economica in un paese, tra i massimi produttori di petrolio, dove i fondi ricavati dall’oro nero dovrebbero ora essere usati per ricostruire il tessuto industriale e per favorire la ripresa della produzione. Maduro dovrà dimostrare di essere un leader affidabile e non la semplice emanazione dello scomparso Chavez, ormai assurto a padre della patria. I problemi da risolvere sono tanti e il rappresentante dell’opposizione Capriles ha dimostrato di saper guadagnare credibilità e consenso in ampi strati della popolazione, soprattutto in quelle fasce di elettori che per anni hanno votato Chavez e, una volta scomparso, hanno preferito passare dal socialismo del XXI secolo al liberismo incarnato dall’ex – governatore dello stato di Miranda, a dimostrazione di come molti voti fossero stati dati più alla persona e al mito di Chavez, che non all’idea politica che incarnava. Il futuro del modello bolivariano dipenderà inoltre anche dal mantenimento delle alleanze Alba (Alleanza Bolivariana per le Americhe) e Unasur (Unione Nazioni Sudamericane), una complessa rete di rapporti che mirano al contrasto della povertà e dell’esclusione sociale. Maduro ha promesso di garantirne la continuità, ma quest’ultima dipenderà non solo dagli accordi politici e dall’azione dell’opposizione, ma anche dalla tenuta economica di un sistema in bilico tra un passato ormai mitizzato e un futuro pieno di sfide.