Cinquantasette anni di potere ininterrotto, un record mondiale. E’ così che il Barisan Nasional, coalizione di 13 partiti guidata dal premier malese Najib Razak, si conferma nuovamente come prima forza alla guida del paese asiatico, nonostante sostanziale erosione di voti rispetto alle elezioni del 2008. Ma la coalizione d’opposizione, guidata da Anwar Ibrahim, accusa l’entourage del presidente di corruzione e brogli elettorali.

I risultati. La Umno, United malays national organisation, che rappresenta i bumiputra, i malesi autoctoni, è il partito che guida ininterrottamente le coalizioni di governo dal 1957, cioè da quando la Malesia ha ottenuto l’indipendenza dal Regno Unito. Accanto alla Umno, nel Barisan Nasional, ci sono le altre due principali componenti del Paese, la Malaysian Chinese Association, che rappresenta i cittadini di origini cinesi, e il Malaysian Indian Congress, che rappresenta i cittadini di origine indiana.

Malgrado la perdita di 7 seggi, la coalizione di governo ha conquistato 133 seggi su 222, mentre il Pakatan Rakyat, il Patto popolare dell’ex vicepremier Anwar Ibrahim, si è fermato a 89 seggi: un risultato sicuramente migliore rispetto alle ultime consultazioni, ma ben lontano da quel radicale cambiamento tanto sbandierato dall’opposizione. La differenza fra i due poli, in termini percentuali, è del 4% circa, cosa che rende il quadro parlamentare particolarmente instabile.

La situazione del paese. La Malesia è la terza economia del sud est asiatico: con 29 milioni di abitanti e 13,3 milioni di votanti, è uno dei Paesi dell’area con il più alto tasso di affluenza alle urne. Le votazioni del 5 maggio hanno visto l’80% di affluenza ma, subito dopo l’annuncio della vittoria, qualsiasi manifestazione pubblica è stata vietata dalla polizia per paura di incidenti. Una democrazia a metà, che assicura ai suoi cittadini un forte sostegno sociale, con sussidi per 2 miliardi di euro destinati alle fasce più povere, ed un’economia mediamente in salute. Ma il dibattito, negli ultimi anni, si sta polarizzando attorno ad alcune questioni fondamentali, aumentando la conflittualità sociale e creando le basi per un cambiamento di prospettiva.

Le questioni politiche. La prima delle questioni è quella etnica: il clima collaborativo fra i tre gruppi principali –malay, cinese e indiano- è venuto meno negli ultimi anni, creando conflitti nuovi e riportando in superficie i vecchi. Lo storico favoritismo verso il gruppo malay nell’assegnazione di posti di lavoro e nelle università, sancito anche dalla costituzione, è entrato in netto contrasto con le recenti aperture del governo verso la Cina, principale partner economico della Malesia, che sostiene da sempre le richieste del gruppo etnico di riferimento. Il partito di governo, durante l’ultima legislatura, ha approvato una serie di misure per andare incontro alle richieste dei cinesi, perdendo così la fiducia di parte del suo elettorato storico e ottenendo scarsi risultati anche sul fronte elettorale cinese.

Nel Paese, la questione della “razza” si sta inasprendo sempre di più: tutti i partiti, o quasi, basano la propria politica sull’etnia, anche per la scelta dei candidati. Questo conflitto s’intreccia con altre due questioni, altrettanto cruciali. La prima è religiosa: la Malesia è a maggioranza musulmana, con il 53% dei fedeli che praticano l’Islam, religione di Stato. Ma le altre fedi come buddismo, induismo e cristianesimo, hanno sempre potuto professare in un clima relativamente tranquillo e con un discreto grado di libertà religiosa garantita dalla costituzione. Adesso, le richieste del Pas, Il Partito islamico panmalese, potrebbero cambiare questo quadro: dall’applicazione in senso stretto della shari’a, che in Malesia rimane confinata all’ambito privato, alle restrizioni per la professione delle altre fedi nei luoghi pubblici.

Ai temi etnici e religiosi si sovrappone inoltre la questione geografico-economica. Le due regioni decisive per le elezioni sono il Penang, a maggioranza cinese, e il Selangor, la più popolosa, entrambe governate dall’opposizione. Queste due regioni, considerate le “perle” del Paese, sono strategiche sia dal punto di vista economico e, allo stesso tempo, le più instabili.

Il futuro della Malesia. Le ricette economiche della coalizione di governo hanno fin ora assicurato una crescita annua media intorno al 5%, rendendo i partiti al potere molto popolari. Ma, i recenti aumenti di spesa pubblica per le elezioni e il divaricarsi della forbice economica fra le etnie mettono in crisi questo sistema. L’impegno ufficializzato da Najib Razak è quello di eliminare, entro il 2020, un deficit che attualmente è superiore al 4% del Pil. Per fare questo molti analisti ritengono che sarà probabile un nuovo piano di tagli ai sussidi per l’energia e l’imposizione di un’imposta sulle vendite a partire dal 2014.

L’altro grande impegno previsto dal governo è il ritorno al grande piano da 444 miliardi di dollari da destinare a opere infrastrutturali e altri investimenti, guidati dal settore privato. Resta da capire però, come farà il premier, con questi numeri, a tenere a bada l’opposizione che accusa di brogli e corruzione elettorale il Fronte Nazionale. Negli ultimi anni, per contrastare il presunto controllo governativo delle urne, è nato addirittura un movimento contro i brogli, il Bersih, che ha coinvolto decine di migliaia di persone in tre grandi manifestazioni, fin ora duramente represse dalla polizia.