L’obiettivo era umiliarlo, per punirlo della ribellione mostrata alle autorità, utilizzando il metodo più mortificante che possano concepire: costringerlo ad apparire donna. E’ successo a Marivan, capitale del Kurdistan iraniano, in cui un tribunale ha condannato il 25enne Tawfik Dabash a “sfilare” in abiti femminili tradizionali, ammanettato ad un pick up. Ma la sentenza, questa volta, si è rivelata un boomerang, innescando una solidarietà di genere che, sicuramente, non era stata messa in conto dalle autorità locali.

Non è il primo episodio di questo tipo. Già nel 2009, infatti, lo studente e attivista Majid Tavakol fu obbligato a vestirsi da donna, per ribadire come non ci sia peggiore condizione che quella dell’essere femminile: il corpo e l’aspetto delle donne, oggetto di vergogna massima di per sé, diventa strumento di umiliazione disumanizzante per l’uomo, obbligato ad assumerne le sembianze. Ma il disgusto questa volta, si è ritorto contro i giudici: non solo centinaia di donne curde sono scese per le strade di Marivan con gli stessi abiti del condannato, ma anche gli uomini curdi si sono ribellati, vestendosi da donna e postando le proprie foto su internet.

Il coraggio mostrato dalle donne della Marivan Women’s Community, scese in strada a fianco di Dabash per ribadire come il corpo femminile non possa essere considerato oggetto di vergogna, è stato valorizzato dalla protesta degli uomini, con un gesto forte che non ha precedenti né in Kurdistan né in altri luoghi. «Per molti anni le donne del mio Paese sono state a fianco degli uomini, vestendo abiti maschili, lottando- scrive uno degli oltre 1200 uomini che hanno postato le proprie foto in abiti femminili sul web- Questa sera sono contento e onorato di vestire abiti da donna e di essere una piccola parte della battaglia giusta della gente per esprimere gratitudine alle eccellenti donne del mio Paese».

Qualcosa si è mosso, infine, a livello istituzionale. Il dibattito scatenato dalla popolarità della pagina Facebook che, in pochi giorni, ha toccato quota 15 mila iscritti, ha spinto 17 membri del Parlamento ad opporsi apertamente alla sentenza, inviando una lettera al ministero della Giustizia chiedendo spiegazioni sul perché un vestito da donna debba essere considerato un insulto.

Kurd Men for Equality, questo è il nome dato all’iniziativa, ha lanciato un messaggio chiaro: gli uomini curdi non abbasseranno la testa di fronte alle umiliazioni di genere imposte alle donne. Ma indossare i vestiti delle proprie madri, sorelle, amiche, va oltre il semplice affermare che non c’è nulla di oltraggioso nell’essere donna: spinge un po’ più in là il travagliato percorso della riflessione maschile sul significato storico del proprio genere e sulle implicazioni pratiche che questo significato comporta. Una riflessione che le donne hanno cercato per tanto tempo, costruendo un percorso che ha permesso, ad alcune di loro, di liberarsi delle imposizioni dettate dagli stereotipi di genere, ma che per gli uomini, tanto in occidente quanto nel medio ed estremo oriente, è ancora un obiettivo lontano.