Londra – Le 100 imprese più importanti del Regno Unito, condensate intorno al famoso indice della borsa valori FTSE100, hanno più di 8000 società sussidiarie (controllate) nei paradisi fiscali. Le banche sono gli utenti più prolifici di questi circuiti di evasione fiscale globale, ma al loro fianco operano anche multinazionali manifatturiere, telefoniche, energetiche, di turismo, supermercati e bibite. Secondo il documento informativo dell’ong ActionAid, le FTSE100 detengono 311 sussidiarie in Brasile e una forte presenza in tutto il mondo in via di sviluppo.

L’informativa di ActionAid contesta la supposta volontà politica del governo britannico di combattere i paradisi fiscali. Nella riunione dei ministri delle Finanze del G8, sabato scorso, quello del Regno Unito, George Osborne, ha indicato che sarebbe «fondamentale che le imprese e gli individui paghino le imposte corrisposte». La realtà è che, sotto il naso del ministro, 98 delle 100 imprese del FTSE100 hanno sussidiarie in paradisi fiscali e dieci di queste hanno la loro sede centrale in uno di questi luoghi: ciò segnala chiaramente che non sono cambiate molte cose da quando, nel 2009, il G20 annunciò “la fine dei paradisi fiscali”.

Oggi la vastità della crisi è tale che non bastano annunci rumorosi e promesse magniloquenti, come quelle fatte dall’allora presidente francese, Nicolas Sarkozy, che si impegnò a niente meno che a “rifondare il capitalismo“. Nella riunione dei ministri delle finanze dell’Unione Europea di aprile, nove paesi – Spagna, Regno Unito, Italia, Francia, Germania, Polonia, Olanda, Belgio e Romania – hanno aderito a un progetto-pilota di interscambio automatico di informazioni bancarie sui dati dei non-residenti: uno strumento che permetterà di fiscalizzare l’evasione delle imposte dei multimilionari. Ma secondo Chris Jordan, uno dei responsabili dell’informativa di ActionAid, questo strumento, reclamato per molto tempo dalle organizzazioni non governative, è appena la punta dell’iceberg.

«Questo modello di interscambio automatico si basa su un meccanismo adottato dagli Stati Uniti, e il problema è che ancora non si conosce bene la sua portata. La meccanica dei paradisi fiscali è così complessa che possono esserci buchi neri attraverso i quali scivolano la maggior parte dei grandi evasori, incluse le multinazionali e le banche» ha detto Jordan a Carta Maior.

Le contraddizioni britanniche

A giugno il Regno Unito presiederà il vertice del G8 e il primo ministro David Cameron ha indicato che l’evasione fiscale e il segreto dei conti off-shore saranno al centro dell’agenda. Nicholas Shaxson, autore di Treasure Island, un esaustivo studio dei paradisi fiscali, pensa che le contraddizioni britanniche intorno al tema sono chiare.
«Da un lato, il governo sta facendo pressione per i suoi problemi fiscali e per un’economia che è appena uscita da una doppia recessione, ma non dalla stagnazione. Dall’altro lato, è un centro finanziario che beneficia enormemente dell’esistenza dei paradisi fiscali», ha detto a Carta Maior.

Le 100 imprese del FTSE100 hanno 1685 sussidiarie in territori dipendenti della corona britannica e noti paradisi fiscali come Jersey, Isole Vergini Britanniche, Isole Cayman, Bermuda e Gibilterra. Nelle Bahamas ci sono 115mila imprese per i 307mila abitanti delle isole. Nelle isole Jersey, la proporzione è ugualmente esorbitante: 33mila imprese per 91mila abitanti. Lo stesso presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha esemplificato il problema in più di un’occasione con la Ugland House, un edificio situato in un’altra dipendenza britannica, le Isole Cayman, che ospita più di 18 mila compagnie.

La meccanica dell’evasione e della frode fiscale varia a seconda del soggetto – individuo, banca, multinazionale – ma l’obiettivo è lo stesso. Nel caso delle corporation, le sussidiarie nei paradisi fiscali servono per distorcere la struttura dei prezzi interni delle imprese, un meccanismo di grande entità giacché, secondo l’OCSE, il 60% del commercio internazionale avviene fra multinazionali. «Supponiamo che un’impresa multinazionale operi in un paese X con un’imposizione corporativa del 30%. L’impresa pagherà tante meno tasse quanto più basso sarà il lucro. In questo modo contratterà a prezzi inflazionati servizi legali o finanziari o di prmozione delle sue proprie sussidiarie installate in distinti paradisi fiscali, dove pagano molte meno tasse», ha spiegato a Carta Maior John Christensen, direttore di Tax Justice International.

Questo meccanismo ha un forte impatto nei paesi in via di sviluppo. Le FTSE100 hanno 311 sussidiarie in Brasile che vanno dal campo minerario e petrolifero a quello degli alimenti, articoli per il [lar] e assicurazioni. «Questo non prova che necessariamente ci sia evasione fiscale. Ma sì che queste imprese hanno una struttura internazionale tale che possono con tutta la facilità muovere i loro lucri per mezzo di paradisi fiscali praticando una doppia evasione di tasse, tanto nel Regno Unito come in Brasile», spiega Jordan.

Questo meccanismo ha un forte impatto nei paesi in via di sviluppo. Le FTSE100 hanno 311 sussidiarie in Brasile che vanno dal campo minerario e petrolifero a quello degli alimenti, degli articoli per la casa e delle assicurazioni. «Questo non prova che necessariamente ci sia evasione fiscale. Ma prova altresì che queste imprese hanno una struttura internazionale tale che possono con tutta la facilità muovere i loro lucri per mezzo di paradisi fiscali praticando una doppia evasione di tasse, tanto nel Regno Unito come in Brasile», spiega Jordan.

Il realismo magico dei paradisi

Imprese internazionali di servizi come Google o Starbucks si sono viste obbligate a riconoscere che praticamente non pagavano tasse nel Regno Unito. Lo specialista in economia comparata dell’Università di Cambridge, il cileno José Gabriel Palma, ha spiegato a Carta Maior il meccanismo utilizzato.

«Starbucks non paga imposte sui suoi rendimenti perché, secondo quanto dicono, “non esiste lucro contabile”. E non esiste perché le sue imprese locali, di proprietà e amministrazione di Starbucks, pagano a un’impresa di Starbucks fuori dal paese una quantità siderale per il diritto di usare il nome Starbucks. Ossia, Starbucks paga alla Starbucks per l’uso del nome Starbucks. E nella legislazione tributaria neoliberale di questo paese, ciò è perfettamente legale. E’ realismo magico contabile. A mio giudizio, Gabriel Garcia Márquez sarebbe dovuto essere consulente di imprese di contabilità», ha commentato Palma.

In passato, l’opacità finanziaria era complementare all’opacità mediatica: nessuno parlava del tema. La crisi economica ha collocato il focus sulla struttura fiscale dei paesi. Nel vertice dell’Unione Europea del 22 maggio, l’evasione delle imposte sarà uno dei temi dell’agenda. Qualcosa di simile succederà con il vertice del G8 a giugno e con quella del G20 a settembre.

Così come Tax Justice International, ActionAid segnala che cambiare le cose non è complicato, ma richiede volontà politica. «Tutto ciò di cui c’è bisogno è trasparenza. Deve esserci un registro pubblico dei paradisi fiscali per sapere chi sono i proprietari reali delle imprese registrate. Anche le multinazionali dovrebbero pubblicare i loro conti in ogni posto dove operano, perché ciò permetterebbe di  riconoscere facilmente l’evasione fiscale», ha dichiarato Jordan a Carta Maior.

Articolo originale: A vida secreta de 100 grandes empresas nos paraísos fiscais, di Marcelo Justo. Pubblicato su Carta Maior il 15/05/2013. Traduzione di Giorgio Sammito.