Più domande che risposte: è questo il bilancio della Primavera araba, a due anni dallo scoppio delle rivolte nel Maghreb. Lo è in particolare in Tunisia, primo paese a ribellarsi all’autorità stantia e paternalistica di Ben Ali, area politica che esprimeva la possibilità di coniugare Islam moderato e modernità democratica. Ma oggi la Tunisia si trova in una situazione complessa e delicata: il governo islamico moderato del partito Ennahda, infatti, non riesce a gestire la transizione, confondendo risultati elettorali con il consenso dell’intera opinione pubblica.

L’ultimo grave episodio è di domenica, 19 maggio, come conseguenza della decisione governativa di vietare il raduno del gruppo salafita Ansar al Shariah, vicino ad Al Qaeda, nella città simbolo del salafismo, Kairouan. Qui e in altre città, in particolare a Ettadhamen, i salafiti sono scesi comunque in piazza, andando allo scontro con oltre undici mila poliziotti in tenuta antisommossa, per dimostrare la forza della frangia fondamentalista nel paese. Il bilancio è di un morto – un giovane attivista salafita – un numero non ben precisato di feriti e oltre 200 arresti, fra cui il il portavoce dell’organizzazione, Seifeddine Rais. Scontri e barricate in tutte le principali città del paese, a cui i poliziotti hanno risposto con lacrimogeni, cariche e arresti in massa.

Contemporaneamente, a Kairouan, veniva arrestata anche Amina Tyler, l’ormai celebre blogger accusata di aver offeso l’Islam ortodosso mostrando su Facebook le sue foto a seno nudo come gesto di protesta. La blogger, infatti, ha sfidato a viso aperto i manifestanti salafiti, recandosi nella principale piazza della città e scrivendo “Femen” sul muro della moschea di Okba Ibn Nafaa. Immediatamente circondata da poliziotti, l’attivista-blogger è stata arrestata: le motivazioni ufficiali riguardano la sua “protezione” rispetto ad una possibile aggressione dei militanti salafiti. Ma oggi, il governo ha fatto però sapere che la ragazza resterà in carcere, accusata di “immoralità” e “atti provocatori in un centro religioso”.

Gli episodi di ieri sono un segno evidente del quadro politico attuale: l’incerta guida di Ennahda rende i rapporti fra le varie componenti della scena tunisina ancora più complessi e intricati. La formazione del governo da parte del partito che rappresenta l’Islam moderato aveva fatto ben sperare: la partecipazione laica all’esecutivo, infatti, rendeva in teoria praticabile la strada del cambiamento istituzionale, portato avanti con un lavoro collaborativo fra forza laiche e Islam moderato. Ma, in poco tempo, la situazione è cambiata, soprattutto a causa dell’ambiguità di Ennahda: la delusione maggiore per la componente laica del governo – e della società – ha toccato il culmine tre mesi fa, quando l’immobilismo del governo si è palesato completamente, dopo l’assassinio del leader dell’opposizione Chokri Belaid. La consequenziale crisi dell’esecutivo Jebali e il rischio di un’implosione politico-governativa, aveva portato il partito a correre ai ripari, con il pragmatismo del nuovo premier, Ali Laarayedh.

Il nuovo schema di allontanamento dalle frange più ortodosse, dopo il fallimento del tentativo di “assorbirne” parte nelle forze di governo, ha portato al rifiuto della piazza di Kairouan per i salafiti. Ufficialmente, il motivo riguarda l’ordine pubblico, ma è evidente che il gesto di Laarayedh voleva mostrare al mondo il distacco del governo dalle istanze ortodosse e tentare, contemporaneamente, di sottrarre Kairouan al suo destino di “città simbolo” dell’estremismo islamico tunisino. Naturalmente, le nuove posizioni rappresentano anche un modo per rassicurare sia l’Occidente, che le monarchie del Golfo Persico: di queste forze, la Tunisia ha urgente bisogno, se vuole risollevarsi dalla grave crisi economica in cui il paese è sprofondato.

Ma il clima interno non è destinato a pacificarsi a breve: il raduno salafita, infatti, è solo stato rimandato alla prossima domenica. Il capo Mohammed Khalif ha sfidato apertamente il governo, annunciando una presenza ancora più massiccia, per ribadire la forza delle istanze integraliste. Istanze che, nella realtà dei fatti, sono lontane dalle sentimento della maggioranza della popolazione: secondo molti osservatori internazionali, infatti, la delusione per le richieste di democratizzazione rimaste inascoltate non ha portato ad un rinfoltimento delle fila integraliste. In una conferenza di dialogo nazionale alla quale hanno partecipato sindacati, società civile e partiti politici, tenutasi giovedì scorso, la condotta del gruppo Ansar Al Shariah è stata ampiamente condannata.

Ad alimentare il clima di paura, anche le recenti notizie possibili raduni di alqaedisti algerini sulle montagne di confine fra i due paesi: resta quindi da vedere se il governo di Ennahda porterà fino in fondo la linea dura antiortodossa e a quale prezzo. La deriva islamista, d’altro canto, priverebbe la Tunisia dei principali alleati in Occidente e nel Golfo, alleati che, tagliando il loro sostegno alla politica di Ennahda, condannerebbero il paese maghrebino ad affrontare anni di crisi economica contando solo sulle forza interne.