Le elezioni che si sono tenute in Islanda il 27 aprile scorso hanno portato un’ondata di cambiamento per il paese. I conservatori del Partito dell’Indipendenza (di destra) hanno ottenuto il 26,7% dei consensi, guadagnando 19 seggi al Parlamento. I centristi del Partito del Progresso hanno raggiunto il 24,4% con un numero di deputati pari a 19. La coalizione tra i due partiti conta un totale di 38 seggi su 63. David Gunnlaugsson, leader del Partito del Progresso, diventerà primo ministro mentre Bjarni Benediktsson manterrà la carica di ministro delle Finanze e dell’Economia. Il nuovo governo ha sostituito quello uscente della socialdemocratica Jóhanna Sigurðardóttir, eletta il 1 febbraio 2009 in seguito alle dimissioni del conservatore Haarde.

Il nuovo governo di coalizione è costituito da due partiti euroscettici a differenza del governo precedente che aveva ottenuto l’autorizzazione, da parte del parlamento di Reykjavik, a intraprendere i negoziati per l’ingresso dell’Islanda nell’Unione Europea. Oggi la situazione è molto diversa dal 2009, anno di inizio delle trattative. Il governo neocostituito ha indetto un referendum in modo che sia il popolo islandese a decidere le sorti del paese: Europa o non Europa?

2009-2013 Il ministro degli Affari esteri islandese depositò ufficialmente la domanda di adesione all’Unione Europea il 23 luglio 2009. L’anno seguente la Commissione europea si espresse affermativamente in merito all’inizio dei negoziati e il Consiglio europeo ne confermò l’avvio il 27 luglio 2010. Da quel momento si è dato inizio al processo di screening dell‘acquis comunitario, l’insieme dei diritti, degli obblighi e obiettivi politici che accomunano gli stati membri dell’UE. Si tratta di 35 capitoli che riguardano leggi, accordi internazionali e princìpi che ciascun paese membro deve accettare e recepire la legislazione dell’UE nella rispettiva legislazione nazionale. Alcuni capitoli furono aperti e chiusi immediatamente, come ad esempio il capitolo sulla scienza e la cultura e quello sulle politiche di concorrenza, perché già allineati agli standard UE.

Lo scorso gennaio il governo aveva chiesto il congelamento del negoziato di adesione in vista delle elezioni politiche di aprile. Ma le elezioni non sono l’unico motivo del congelamento delle trattative. Alla base ci sono dei temi caldi sui quali l’Islanda sarebbe costretta a fare delle concessioni economiche a Bruxelles. Di primaria importanza le nuove regole sulla pesca, un settore che l’isola vuole gestire da sé, senza dover obbedire all’Unione europea. Le leggi sulla pesca sono da sempre problematiche per l’Islanda, basti pensare alle tre guerre del merluzzo con la Gran Bretagna per i diritti di pesca e l’estensione delle zone di controllo.I prodotti ittici rappresentano oltre il 70% delle esportazioni islandesi e, proprio perché non ha mai fatto parte dell’eurozona, l’Islanda è stata in grado di preservare il valore delle esportazioni. Aderire all’euro significherebbe abbandonare la politica monetaria e quindi la possibilità di svalutare la propria moneta per incentivare le esportazioni.