Un doppio attentato suicida ha scosso il nord del Niger. All’alba di giovedì 23 maggio, un convoglio imbottito di esplosivo ha centrato una caserma militare nella città di Agadez; il bilancio è di 23 morti (18 militari, quattro kamikaze e un civile). Le vittime sono giovani militari, equipaggiati con armi leggere.
La caserma di Agadez è anche un obiettivo simbolico, dato che proprio lì è stato avviato recentemente un centro di formazione di sottufficiali per la specializzazione nella lotta anti-terrorismo nel Sahara.
Contemporaneamente, un altro 4×4 si è fatto saltare ad Arlit, sede di un’importantissima miniera di uranio gestita dai francesi di AREVA, provocando il ferimento di 13 operai. Uno di loro è deceduto il giorno successivo. Un impiegato ha dichiarato che un terrorista, travestito da militare nigerino, si è fatto esplodere davanti alla centrale elettrica della fabbrica per il trattamento dell’uranio.

Il ritorno di Belmokhtar

L’attacco è stato rivendicato dai ribelli del Mujao (Mouvement pour l’Unicité et le Jihad et l’Afrique de l’Ouest). Dopo i primi comunicati, sono arrivate le conferme della “supervisione” degli attentati da parte del jihadista algerino Mokhtar Belmokhtar, il leader dell’AQMI (Al-Qaeda del Maghreb Islamico) autore degli attacchi di In Amenas. A Belmokhtar, dato per morto da diverse fonti il 2 marzo 2013, è stato attribuito un documento firmato attraverso il quale minaccia altri attacchi contro la Francia e i suoi alleati. La conflittualità dei ribelli islamici travalica i confini nazionali: secondo le fonti jihadiste, all’operazione – battezzata “Martiri di Abou Zeïd” – hanno partecipato militanti provenienti dal Mali, dal Sahara Occidentale e dal Sudan.

La regionalizzazione del conflitto

Fonti religiose contattate dall’agenzia Misna sostengono che gli attentati non sono una sopresa: sui nigerini pendeva una spada di Damocle, solo non si sapeva quando e dove gli attacchi si sarebbero verificati. Dopo la caduta di Gheddafi e, soprattutto, dopo l’inizio della crisi maliana, centinaia di militanti jihadisti – oltre a migliaia di profughi – hanno approfittato dei porosi confini del Niger per rifugiarsi in quella vasta porzione di deserto. Fonti governative affermano che gli autori dell’attacco sono entrati nel paese dal sud della Libia. Inoltre, le scelte geopolitiche del presidente Mahmadou Issoufou hanno catalizzato sul Niger le attenzioni dei jihadisti: Issoufou ha voluto assumere un ruolo di primo piano nella lotta anti-terrorismo, prestando un contingente di assistenza alle truppe francesi durante l’intervento in Mali, e concedendo agli Stati Uniti due basi militari (Niamey e Agadez) per la partenza dei droni che sorvolano la regione.

Arlit, un bersaglio simbolico

L’attentato di Arlit ha colpito un sito di sfruttamento dell’uranio gestito dalla Somaïr (Societé des Mines de l’Aïr), di cui la società francese AREVA detiene il 63,4% delle azioni. La miniera di uranio Arlit è la seconda più grande del mondo, la prima in Africa. Il Niger è il sesto produttore mondiale di uranio, ma AREVA ha da sempre gestito il controllo della produzione in maniera pressoché monopolistica. I rapporti di forza pendono a netto sfavore del governo del Niger, che sulla base degli accordi stipulati dagli anni Sessanta ad oggi partecipa solo del 5% degli utili provenienti dalla vendita dell’uranio. Questo è un problema molto grave per un paese tra i più poveri al mondo, in cui la maggioranza della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno, e che è agli ultimi posti (186°) nella classifica dell’UNDP relativa all’indice di sviluppo umano. Infatti il Niger lotta per l’aumento del prezzo dell’uranio sui mercati internazionali e per una partecipazione più alta agli utili, da poter reinvestire in settori-chiave come istruzione, pubblica amministrazione, infrastrutture e sanità. Ciò rappresenterebbe una boccata d’ossigeno per un paese dipendente dagli aiuti esterni, che rappresentano una quota ancora molto significativa del PIL nigerino (intorno al 9%, mentre l’uranio è all’8%). Anche la sovranità energetica è molto limitata: il Niger importa il 70% dell’energia elettrica dalla vicina Nigeria.

AREVA, cancro francese tra i touareg

Il problema delle cosiddette esternalità negative è fondamentale. Le comunità locali denunciano costantemente le conseguenze drammatiche dello sfruttamento della yellow cake sahariana, che riguardano soprattutto la salute umana e animale, oltre a una ineguale ripartizione dei redditi. La città di Arlit è stata fatta sorgere dal nulla dalla società francese AREVA, al fine di domiciliare i lavoratori delle miniere. Arlit è oggi sovrappopolata e circondata da bidonvilles in cui si rifugiano soprattutto giovanissimi in cerca di lavoro.
Per sua natura, lo sfruttamento dell’uranio libera ingenti quantità di rifiuti radioattivi, esponendo così le popolazioni alla contaminazione. Le scorie, accumulate alla meno peggio, costituiscono vere e proprie montagne (il Rapporto di Greenpeace quantificava la massa di rifiuti tossici in 35 milioni di tonnellate nel 2010) che, sfaldandosi sotto l’azione dei venti, disperdono le polveri tossiche nelle case, per le strade e per i campi, inquinando falde acquifere e contaminando i terreni adibiti al pascolo. La moria di bestiame ha praticamente distrutto le società seminomadi basate sulla pastorizia. I residenti di Arlit fanno registrare elevatissimi tassi di mortalità dovuta a malattie respiratorie, il doppio rispetto alla media nazionale (16,19% contro 8,54%). Sempre secondo il rapporto di Greenpeace, i tassi di radioattività sono 500 volte superiori rispetto al limite consentito (una persona che passasse meno di un’ora al giorno in una strada di Arlit sarebbe esposta a una dose superiore alla dose annuale autorizzata).
In un ambiente in cui la presenza dell’acqua potabile scarseggia fortemente, la presenza di ioni radioattivi alpha 110 volte superiori alla soglia di 0,1 Becquerel per litro raccomandata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Inoltre le scarse risorse idriche vengono prosciugate dalla società stessa, che necessita di pompare grandi quantità d’acqua per il funzionamento delle imprese minerarie.
AREVA, nonostante le pressioni della società civile nigerina e delle ONG internazionali, non rispetta per niente le condizioni minime di sicurezza dei lavoratori e non compie nessun tipo di attività informativa a beneficio delle popolazioni limitrofe. I minatori, soprattutto quelli che prestano forze in subappalto, hanno lavorato nelle miniere senza alcuna protezione; gli operai, spesso analfabeti, non hanno una chiara coscienza dei rischi che corrono, né sanno cosa fare in caso di malattia. Quando un minatore contrae un cancro, gli si fa credere che sia malato di HIV-AIDS.
La società francese è molto ben informata delle conseguenze nefaste della sua attività per la popolazione e per l’ecosistema della regione dell’Aïr, ma si guarda bene dall’autorizzare una perizia indipendente. Anzi, nei suoi rapporti (di dubbia affidabilità) dipinge una situazione di assoluta normalità; riguardo alle malattie, per esempio, AREVA sostiene che le malattie polmonari e oftalmologiche siano endemiche della regione, poiché descritte dall’OMS come patologie caratteristiche delle regioni desertiche: sono causate dalla sabbia che irrita gli occhi e i polmoni, e non sono perciò legate alle attività minerarie. Perciò AREVA agisce nella più totale impunità da più di 40 anni, e la situazione è destinata a rimanere immutata fintantoché gli attori internazionali continueranno a tacere questi crimini. Non c’è dubbio che, tra gli altri scopi, gli attentati jihadisti si propongono di accendere i riflettori su quest’area dimenticata.