Il nuovo presidente iraniano è Hassan Rohani. Il dato ufficiale arriva dal ministero dell’interno, che parla di una vittoria raggiunta con una percentuale di voti superiore al 50%. È un trionfo per il Fronte moderato-riformista rappresentato da Hossani, che ha sconfitto al primo turno il sindaco di Teheran, Mohammed Baqer Qalibaf, fermatosi attorno ai sedici punti percentuali.

NONOSTANTE L’AYATOLLAH - Una vittoria inaspettata, quella di Rohani, sia per il risultato che per i termini con cui si è andata affermando. Infatti, in pochi si aspettavano questo risultato: tra questi, sicuramente i due ex presidenti riformatori Mohammed Khatami e Akbar Hashemi Rafsanjani, sostenitori dello stesso Rohani. Una vittoria sorprendente per vari motivi: innanzitutto perché il nuovo presidente non era tra i prescelti dalla guida spirituale del paese, l’ayatollah Ali Khamenei. Lo stesso Khamenei che aveva estromesso Rohani dai negoziati sul nucleare riguardanti l’Iran perché la sua linea era considerata troppo morbida. Una piccola rivincita, ma anche un segnale che ora ci sarà da lavorare affinché si possa instaurare un dialogo tra i due protagonisti del futuro politico iraniano.

NONOSTANTE IL 2009 - L’altro elemento di sorpresa è l’affluenza, uno dei motivi per cui la corsa presidenziale si è chiusa senza il ricorso, da molti preventivato, al ballottaggio. Secondo i dati, circa tre quarti degli aventi diritto del paese si sono recati alle urne, fatto che ha determinato una proroga di cinque ore alla chiusura dei seggi. Ed è un fatto che appare significativo anche se raffrontato alle elezioni del 2009, con le accuse di brogli e le proteste di piazza susseguenti, represse dall’allora presidente Mahmoud Ahmadinejad.

IL FUTURO (E GLI USA) - Proprio Ahmadinejad è lo sfondo di questa svolta politica, ed un altro dei punti influenti dell’esito delle urne. Sono infatti gli attriti emersi durante questi anni tra i nazionalisti e la guida spirituale a spingere Khamenei alla esclusione di molti candidati vicini al presidente uscente. Questo ha fatto sì che i voti dei conservatori si disperdessero su tre diversi candidati, portando alla vittoria il fronte riformista, unitosi nella figura di Rohani mano mano che altri candidati abbandonavano la corsa.

Dopo la festa per le strade del paese – Teheran in testa – resta da capire quanto la figura di Rohani inciderà nella politica interna ed internazionale dell’Iran. Molte le domande: l’incubo statunitense di Ahmadinejad, in primis, può davvero dirsi terminato? Rohani troverà magari proprio negli Usa un territorio comune su cui costruire un dialogo con l’ayatollah? E come verrà a costituirsi il rapporto con Israele?
 Ed in politica interna, il nuovo presidente riuscirà a soddisfare le promesse fatte in campagna elettorale, riguardanti una minore intrusione nella vita privata dei cittadini ed un’apertura all’Occidente, testimoniata ad esempio dall’impegno a diminuire il gap tra uomini e donne? Oppure queste istanze, in un paese in cui la religione ha ancora un peso specifico notevole, saranno fonte di tensioni?